IL CIELO DIETRO L’ORIZZONTE
ovvero l’autoritratto fotografico come espressione della poetica del sé
di Paola Camiciottoli - 25 Maggio 2008



Per lasciare un commento a Paola

Una gioia perfetta, paralizzante
E quieta come la disperazione
E. Dickinson

 

Credo nell’esperienza dell’autoritratto fotografico come espressione della poetica del sé dopo averne esplorato il  percorso a livelli diversi di consapevolezza. Un gioco iniziato quasi per voler congelare, in affannosi autoscatti, la propria immagine dentro una sequenza che era soprattutto testimonianza di quel bisogno originario di autorappresentazione come scoperta di sé. Questo tipo di esperienza primaria, che mi ha visto abitare davanti alla macchina fotografica, come fossi all’interno di una cabina per fototessere, mi ha permesso, in questa fase, di giocare con la parte bambina di me e, successivamente, con quell’istante in cui la macchina fotografica si faceva sia specchio sia negazione dello stesso, con tutta la problematica inerente l’accettazione di vedersi o meno identificata con il proprio ritratto.

“Non riconobbi in prima me stesso. Ebbi l’impressione di un estraneo che passasse per via conversando. Mi fermai. Dovevo essere molto pallido […]. Invaso da uno strano sgomento ch’era insieme ribrezzo …” (1)

All’interno di questo processo di riconoscimento e disconoscimento di sé si è rafforzato il bisogno di raccontarmi nelle sensazioni, di s-velarmi nel sentimento di me, di interpretare i miei pensieri, di prendere per mano quella molteplicità di Io che abitano dentro ognuno di noi e che ci sorprendono per la presenza, l’incontro e l’inatteso protagonismo.

“Dal momento che i miei soggetti sono sempre stati
le mie sensazioni, i miei stati mentali e le reazioni profonde che la vita
è andata producendo in me, ho di frequente oggettivato tutto questo in immagini di me stessa,
che erano la cosa più sincera e reale che io potessi fare per esprimere ciò che sentivo
dentro e fuori di me”.
(2)

Sono certamente notevoli le implicazioni psicologiche e i meccanismi profondi che sostengono l’attività degli autoritrattisti, il continuo ricercare e dare vita e voce ai vari sé, al sé reale, al sé percepito, al sé immaginario, al tema del Doppio, il costante contatto con la relazione e lo spiegamento della propria identità, in un tracciato, in un passaggio e in un tormento autobiografico che va oltre la narrazione e che sembra sfuggire proprio nel desiderio della sua ricerca.
La sensazione vissuta è quella di sentirsi attraversati da una luce che modifica ogni volta le forme, i colori e i segni che ci appartengono, come sagome mutanti in un caleidoscopio che ne varia la struttura ad ogni rotazione e movimento.
Per questo assume notevole importanza il momento dell’atto
in cui avviene l’autoritratto fotografico, e l’hic et nunc è valenza rilevante per la sua realizzazione. E’ il tempo e il preciso istante in cui viene vissuto, è il sentirsi interprete di sé in quel particolare attimo, è fermare quella specifica, esclusiva quanto singolare immagine interiore in un’espressione, in uno sguardo, in una posa, in un gesto, nella scelta del contesto ambientale e nella valutazione del punto di ripresa.
L’apparentemente semplice clic-specchio trasforma la situazione-attimo in immagine-pensiero, ma è proprio  in questa frazione di secondo accade qualcosa di impensabile e di imprevisto: dopo quello scatto, dopo quel clic, dopo aver depredato se stesso, il rapporto di sé con sé dell’autoritrattista perde valore e vita.
Per questo l’esperienza dell’autoritratto se nel mito di Narciso nasce, nel mito di Narciso muore:
 

“Narciso cade nell’acqua e muore una seconda volta; ed è l’occhio dilatato dell’autoritrattista che viene sottomesso al trucage iniziale, come se lo sguardo incantato retrocedesse in se stesso per tradurre l’impossibilità di vedere e di vedersi. E’ davvero annegando Narciso in sé che l’autoritratto si costruisce”. (3)
 

L’atto di rappresentarsi dell’autoritrattista muore nel momento stesso in cui  compie il gesto di autorappresentazione, soprattutto quando apre la propria immagine ad una dimensione sociale offrendola allo sguardo dello spectator, del fruitore, dell’osservatore: quando l’autoritratto diventa comunicazione e tende verso l’Altro, perde la sua dimensione solipsistica, soggettiva e autoreferenziale. In questa visibilità l’autoritratto annega la presenza di sé facendosi assenza a sé.
Secondo la mia esperienza ciò che viene offerto all’occhio dell’altro, dal momento che si apre al cuore, alle emozioni e alla ragione dell’osservatore, muore e si annulla nel soggetto che si è autoritratto. Dopo lo scatto ciò che era personale diventa impersonale, viene generalizzato e va alla deriva del sé originario.
L’autoritratto è quindi espressione del proprio rapporto non solo con la vita ma anche con la morte.

“L’autoritratto, sia esso fotografico o pittorico – ma nel caso della fotografia la cattura dell’immagine è, come dire, ancora più accentuata e dunque più inquietante -, se da una parte, attraverso il raddoppiamento della propria immagine, sembra voler rassicurare il nostro Io, dall’altra, nella misura in cui esso rischia di sottrarci insieme all’effigie la nostra stessa anima, finisce per rappresentare una minaccia o una sfida proprio per l’integrità dell’Io: farsi il ritratto da soli è come privarsi intenzionalmente dell’anima, della vita, è quasi una sorta di suicidio: un darsi la morte, forse, per esorcizzarne il timore, secondo una logica antica ma sempre attuale.” (4)

 

Ma è proprio in questa dimensione di cancellazione e svuotamento di sé nella quale l’autoritrattista si muove oggettivando la propria immagine facendola vivere autonomamente di vita propria, che avviene una proiezione nuova, magica e diversa:  il trasferimento della propria vita dalla realtà all’arte. Solo in questo caso l’autoritratto lascia il posto della narrazione (tipica dello spazio autobiografico) per farsi metafora e poesia, frutto di esperienze, emozioni, “grida del cuore” (5) e meta dell’uomo creatore di se stesso (6).


GRIDI NEL SILENZIO DI SE’

ovvero brevissima vetrina degli autoritratti artistici nella storia della  fotografia contemporanea a me cari

Considero le opere di Francesca Woodman  di elevato spessore artistico, è riuscita a fondere con sensibilità, estro creativo, forza comunicativa l’intimità del suo mondo, attraverso il suo corpo e l’integrazione in uno spazio che diventa prolungamento del proprio spazio interiore. Morta suicida il 19 gennaio 1981, all’età di 23 anni, la Woodman usava in gran parte esposizioni lunghe o la doppia esposizione.

Non ha bisogno di presentazione l’opera autoritrattistica di Man Ray, uno dei più grandi rappresentanti dell’Avanguardia artistica parigina dei primi anni del Novecento.

Grandi e uniche le sue sperimentazioni sulle nuove tecniche della fotografia. Autoritratto come atto di coscienza e nello stesso tempo egli stesso è protagonista della rappresentazione.

Da modella di “Vogue” degli Anni ’20 Lee Miller compie una svolta professionale dopo l’incontro con Man Ray, dal quale apprende velocemente le tecniche di ripresa fotografica divenendo in breve fotografa delle grandi passioni, corrispondente per “Vogue” durante la seconda guerra mondiale. Splendido il suo autoritratto, da ricordare anche i suoi ritratti agli artisti del tempo come quello dedicato a Picasso.

 

Autoritratto con Nini  di Ugo Mulas

Ho voluto tornare sul tema dell’autoritratto, del volto del fotografo cancellato o impreciso. Qui, su uno stesso fotogramma, Nini ed io siamo insieme: Nini è a fuoco, io sono sfocato. È a fuoco perché ero io a fotografarla, la vedevo così e così volevo vederla, perché voglio sempre vedere col massimo di chiarezza quello che mi sta davanti, e fotografare è vedere e voler vedere, prima di tutto. Il mio viso è sfocato perché c’è una sola parte del mondo sensibile che l’uomo, che «può vedersi

mentre guarda» secondo Merleau-Ponty,
non riesce a vedere di sé: il viso.

 

 

Autoritratto di Ugo Mulas, riflesso nell'opera di Michelangelo Pistoletto, Vitalità del negativo, Roma, 1970


L’ERRANZA FOTOGRAFICA DI UN AMICO
ovvero gli autoritratti di Cosimo Concilio
 

Cosimo è.
Cosimo è la manifestazione del suo operare artistico e fotografico.
Bresciano di adozione, custodisce in sé l’amore per la natura selvaggia e incontaminata come la terra d’Abruzzo che gli ha dato i natali.
Cosimo è l’entusiasmo e la cura verso ogni forma d’Arte che, fin da bambino, lo sorprende a scrivere, a decorare ceramica, a disegnare diari con narranti segni grafici, che hanno continui richiami all’arte etrusca, all’arte greca, ai geroglifici egiziani.
Cosimo è il bambino e il ragazzo che ascolta la passione e la cultura di un padre napoletano e di uno zio pittore che per primo, cattura la sua curiosità e conduce e il suo interesse, dentro il fascino della pittura e del pitturare.
Ma Cosimo è soprattutto la sua  Fotografia.
Gli Autoritratti sono espressioni dell’identità dell’Uomo, con le sue contraddizioni, i suoi miti, i suoi simboli, i suoi gesti, le sue molteplici e variegate sfaccettature.
In essi l’Autoritratto sfuma dal Sé per dare spazio ad un messaggio  universale, unico nel suo genere e nelle sue elaborazioni, messaggio che si fa ripensamento e riflessione sulla dimensione umana.
Così come i suoi Ritratti. I volti. Gli incarnati.
Egli riesce a cogliere, con raffinata eleganza, in inquadrature strette e ricercate, movenze e pose che si fanno Mondo. Esistenze. Vita.
Allegorie, metafore, frammenti e schegge, le sue foto, nel racconto di un Tutto che continuamente si trasforma e modifica e si fa silenzio stupefatto, continua epifania, slancio imprevisto.
Esse dischiudono e rivelano ciò che, nell’apparente distanza insondabile, avvicina la mente al cuore.
Cosimo è.

 


 

LA SCOPERTA DEL CIELO DIETRO L’ORIZZONTE
ovvero il rifiuto dell’apparente e del manifesto alla ricerca dell’invisibile: i miei pensieri a voce alta e nelle parole della poesia

E’ l’orizzonte ciò che io posso vedere al di là della mia finestra aperta?
O forse il lento andare verso la conoscenza dell’ombra, di quello spazio nascosto, di quella notte interiore che si fa cielo aperto, di un azzurro insondabile e di una profondità inattesa?

Alcuni dicono buonanotte – la sera –
Io invece dico buonanotte – di giorno –
Perché la separazione, quella è la notte,
e la presenza, invece, semplicemente l’alba –
Emily Dickinson

I silenzi e le parole … le attese … le distanze … i sogni … la poesia come nutrimento … un rispecchiamento nell’abbandono e nella solitudine … un darsi che continua ad essere anche negazione di sé …

 

“ E’ strano che tu mi manchi di notte dal momento che non sono mai stata con te – ma l’amore  puntualmente ti domanda, appena ho chiuso gli occhi – così mi sveglio calda del desiderio che il sonno ha quasi appagato. La settimana scorsa ho sognato che eri morto – avevano scolpito una statua a tua somiglianza e mi era stato chiesto di scolpirla – e io dissi che non avrei fatto in morte, quando i tuoi occhi che ho amato non avrebbero avuto la possibilità di perdonarmi, quello che non avevo fatto in vita “
Emily Dickinson, ca 1880
 

Musicalità nelle parole, musicalità nelle immagini … una diversa forma di rappresentazione … un diverso modo di raccontarsi … spesso metallico e soffocante più che liberatorio … ogni segno si fa concreto, tessuto espressivo … scenario affollato di tracce … episodi, situazioni … ritmi sillabici …
… operazioni simboliche …
… avvenimenti interiori …
Nella costruzione del suo Senso e del suo significato lascio andare gesti e parole per ciò che sento in una andata e in un ritorno di offerta e di perdita che si fanno restituzione di sé solo nel ricercarne ancora la presenza …

“La sua testa è un angusto interno di grigi specchi.
Ogni gesto si snoda di colpo in una serie
Di prospettive in decrescendo, e il suo senso
Fuoriesce come acqua da un buco all’estremità.
Esposto in mostra lui vive in una stanza spalpebrata.

Le nude fessure degli occhi spalancate in permanenza
Su un accendi-e-spegni infinito di situazioni.”
Sylvia Plath

 

Dedicato a chi ha paura di perdere l’ombra lunga di se  stesso,
quando il sole sembra concedergli solo il suo ultimo respiro

Paola Camiciottoli

(1) L. Pirandello, Uno, nessuno e centomila, in Tutti i romanzi, a cura di G. Macchia, Mondatori, Milano 1990, vol. II, p.750

(2) H. Herrera, Frida, Vita di Frida Kahlo, tr. It. La Tartaruga, Milano 1993,  pag. 197

(3)  R. Bellour, Fra le immagini, Bruno Mondadori, Milano, 2007

(4) S. Ferrari, Lo specchio dell’Io, Autoritratto e psicologia, Editori Laterza 2002

(5) Cit. in Sylvia Plath, Lady Lazarus e altre poesie, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1976

(6) Aldo Carotenuto, I sotterranei dell’anima, Bompiani, Milano 1993

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